Lingue Parlate In Italia - Lingue Romanze D'italia

Gran parte delle lingue romanze e le loro varietà parlate entro i confini italiani ad esclusione della lingua italiana (e delle sue varietà) sono spesso chiamate "dialetti" nella letteratura specialistica italiana e comprendono diversi gruppi, qui di seguito brevemente descritti. Va notato che la categoria "dialetti italiani", come gruppo omogeneo che raggruppi le lingue romanze d'Italia, ha poco senso dal punto di vista strettamente linguistico, data la grande differenza che può sussistere tra un dialetto e l'altro. Inoltre, i dialetti in questione, essendo una evoluzione indipendente della lingua latina, al pari dell'italiano, vanno considerati "lingue sorelle" di quest'ultima. Tuttavia, la dicitura dialetto milanese, dialetto napoletano, ecc. non è scorretta, data la diffusa accezione del termine in Italia nel senso alternativo di "lingua sociolinguisticamente subordinata a quella nazionale" o "lingua contrapposta a quella nazionale".

Lingue gallo-retiche

Questo gruppo linguistico, identificato nel suo insieme per la prima volta da Graziadio Isaia Ascoli, fu per molto tempo considerato un sottogruppo del gruppo italoromanzo; attualmente però è unanimemente considerato un sistema autonomo nell'ambito delle lingue romanze. Le lingue riconosciute che ne fanno parte sono il romancio (parlato in Svizzera nel cantone Grigioni), il ladino ed il friulano; nel complesso queste tre lingue esauriscono l'intero gruppo. La lingua friulana è parlata nelle province di Gorizia, Pordenone, Udine e in alcuni comuni di quella di Venezia. Oltre alla tutela statale, è riconosciuta ufficialmente dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia quale "lingua della comunità regionale". La lingua ladina è parlata nell'area dolomitica (ladinia). È lingua coufficiale nella provincia autonoma di Bolzano, ha riconoscimento nella provincia autonoma di Trento e ne è stata recentemente introdotta la tutela anche nei comuni ladini della provincia di Belluno. Varie influenze linguistiche ladine sono presenti anche nel nones, parlato in Val di Non nella provincia autonoma di Trento, tanto che alcuni linguisti considerano questa parlata appartenente al gruppo linguistico ladino.

Lingue settentrionali

Altrimenti dette "altoitaliane" o "padane". Nella prima metà del Novecento i gruppi galloitalico e veneto erano considerati romanzi orientali, ora sono unanimemente considerati romanzi occidentali.. È stata ipotizzata l'esistenza di una koinè lombardo-veneta, una lingua comune che nel Medioevo sarebbe arrivata ad un certo grado di assestamento, prima di retrocedere di fronte al toscano; con il quale, pare, competesse per il ruolo di lingua letteraria.Tra i tratti linguistici identificati come comuni nel diasistema italoromanzo Meyer-Lübke indica il passaggio da "cl" a "chi"; ma questo, come fa notare lo stesso Tagliavini, è valido solo per toscano e centromeridionale, mentre le lingue settentrionali palatizzano (cioè passano a "ci"), anche davanti ad "a".

Gruppo galloitalico

Il gruppo galloitalico presenta affinità con le lingue romanze occidentali ma per molti versi se ne discosta. Infatti i tratti più importanti sono tratti italoromanzi: nel gallo-italico e nel veneto è assente il plurale sigmatico, cioè terminante in -s (il plurale è vocalico al femminile, mentre al maschile è vocalico o adesinenziale), sono assenti le s come desinenze verbali (eccetto nel piemontese occidentale nella seconda persona singolare dei verbi ausiliari e del futuro), sono pressoché assenti le "s" come desinenze pronominali ed i nessi consonantici sono semplificati (ad esempio piassa per piazza, mentre le lingue neolatine occidentali ed in misura minore le lingue neolatine orientali balcanoromanze mantengono i nessi consonantici). È altresì presente, in area adriatica, la metafonesi, caratteristica comune a napoletano, francese, portoghese e rumeno. Caratteristiche considerate riconducibili alla Galloromania presenti negli idiomi gallo-italici sono l'indebolimento delle sillabe atone (fortissimo soprattutto nell'emiliano), la sonorizzazione delle consonanti occlusive intervocaliche e la riduzione delle geminate nella stessa posizione (lenizione), la caduta in molti casi delle consonanti finali e la presenza in molte varianti di fonemi vocalici anteriori arrotondati (/y, ø/, in passato dette "vocali turbate"). Vari linguisti hanno messo in relazione la similarità con gli idiomi gallo-romanzi con il comune sostrato storico celtico, questa ipotesi è ancora materia di discussione e alcuni linguisti attribuiscono l'indebolimento sillabico e i fonemi /y, ø/ ad un'evoluzione locale indipendente. Altre caratteristiche proprie di questo sistema sono la risoluzione palatale del gruppo cl-, gl- e, per alcuni autori, il mantenimento di ca- e ga- (caratteristica tipica dell'italoromanzo); altri autori, e fra questi il Pellegrini, sostengono che però anticamente vi fosse palatalizzazione di ca- e ga-, tratto questo rapidamente retrocesso ed infine, per influenza toscana, andato perduto.All'interno del gruppo gallo-italico possiamo riconoscere, grazie a più o meno rilevanti omogeneità linguistiche, sistemi più ristretti e distinti fra loro: ligure, piemontese, lombardo, emiliano, romagnolo, gallo-piceno, galloitalico di Sicilia, galloitalico di Basilicata.

Gruppo veneto

Il veneto è generalmente meno innovativo rispetto ai dialetti galloitalici: non ha l'indebolimento delle sillabe atone e anche le vocali finali reggono abbastanza bene, fuorché dopo sonorante. Le varianti principali sono il veneto centrale o meridionale (Padova, Vicenza, Rovigo), il veneto lagunare (Laguna di Venezia), il veneto orientale (Trieste, Venezia Giulia, Istria e Fiume), il veneto occidentale (Verona, Trento) che ha alcuni caratteri in comune con le parlate orobiche, il veneto centro-settentrionale (Treviso), il veneto settentrionale (Belluno), il veneto dalmata (Dalmazia), i dialetti di valle e pedemontani, come il feltrino. La caratteristica più vistosa è la struttura sillabica che non tollera geminate in nessuna posizione.

Istrioto

L'istrioto, idioma parlato nelle zone di Rovigno e Pola, è un idioma di difficile e disputata classificazione ed è forse da considerarsi un idioma del tutto autonomo nel sistema italoromanzo. Alcuni linguisti lo considerano addirittura una parlata di transizione tra il sistema linguistico italiano e la lingua dalmata. È l'unica lingua romanza orientale del sistema altoitaliano.

Gruppo toscano

Il gruppo toscano è costituito dai dialetti toscani e dal còrso. Nonostante non sia una lingua appartenente alla Romània occidentale presenta molti caratteri tipici della zona altoitaliana. L'italiano letterario è da considerarsi una variante (sebbene molto influenzata da altri idiomi italoromanzi) del dialetto toscano. Il còrso di Cismonte e, in particolare, quello parlato nella regione storica del Capo Corso, è affine al toscano occidentale, dal quale però si differenzia per alcune forme lessicali e le finali in /u/. Il gallurese, parlato nel nord-est della Sardegna è strettamente imparentato col dialetto meridionale del corso (còrso di Pumonti) (nello specifico con quello sartenese che si presenta praticamente identico nell'arcipelago della Maddalena), pur presentando notevoli influenze della lingua sarda a livello di sostrato. Il sassarese condivide un substrato simile al còrso, ma la sua origine appare indipendente e distinta da quest'ultimo: è patrimonio delle popolazioni mercantili di differente origine (sarde, còrse, toscane e liguri) che nel XII secolo diedero impulso alla neonata città di Sassari, creando un dialetto mercantile che nel corso dei secoli si è esteso a diverse città limitrofe (tutta la costa del Golfo dell'Asinara da Stintino a Castelsardo), subendo inevitabilmente una profonda influenza da parte del sardo logudorese, dal catalano e dallo spagnolo. Lungo il crinale appenninico tra la Toscana e l'Emilia (Sambuca Pistoiese, Fiumalbo, Garfagnana e altre località) le persone più anziane usano ancora delle parlate di transizione tra il sistema toscano e il sistema gallo-italico dette parlate gallo-toscane. Tali parlate sono di grandissimo interesse per i linguisti perché formano un sistema linguistico di transizione sia tra la Romagna orientale e quella occidentale, sia tra le parlate altoitaliane e quelle tosco-meridionali.

Lingue centromeridionali

Gruppo mediano

Il gruppo Italico mediano è quello di più difficile classificazione. Infatti le parlate si sono influenzate tra di loro in maniera considerevole e non lineare. Si distinguono i seguenti idiomi o sottogruppi: Dialetti umbri, di difficile sistematizzazione perché completamente privi di koinè. I dialetti dell'Umbria, tutti appartenenti al gruppo mediano, vengono generalmente catalogati per area geografica anche se, all'interno di una stessa area, le differenze, non solo lessicali, sono spesso notevoli. Dialetti marchigiani; nelle Marche la frammentazione dialettale è ancor più accentuata che in Umbria. In regione sono infatti diffuse parlate riconducibili a tutti e tre i principali in cui si divide, sotto il profilo dialettale, l'Italia. Al gruppo mediano appartengono i dialetti marchigiani centrali, (nelle province di Ancona, di Macerata e di Fermo); nella rimanente parte della regione i dialetti non appartengono al gruppo mediano, ma a quello gallo-italico (il dialetto gallo-italico marchigiano, nella Provincia di Pesaro e Urbino), e a quello meridionale (il marchigiano meridionale, nella Provincia di Ascoli Piceno). Dialetto romanesco che risulta aver subito una considerevole influenza da parte del toscano diffusa in molti ambienti capitolini (legati in particolare alla Curia) nel XVI secolo e XVII secolo. Tale dialetto è molto diverso dall'antico dialetto di Roma che era invece «sottoposto a influenze meridionali e orientali». Dialetti della Tuscia viterbese con elementi di influsso del dialetto della Toscana meridionale e quelli mediani veri e propri. Questi dialetti, pur essendo molto simili tra di loro, presentano alcune classificazioni interne. Cicolano-aquilano-reatino che presenta alcune influenze dei dialetti del gruppo meridionale. Dialetto ciociaro, anch'esso influenzato da alcuni dialetti di tipo meridionale.I gruppi toscano e mediano sono comunque gruppi abbastanza conservativi: nel còrso non esiste nessun tipo di indebolimento consonantico, nel toscano e in parte dei dialetti umbri e marchigiani c'è la gorgia, altrove una lenizione non fonologica. Comune è la realizzazione fricativa delle affricate mediopalatali e nelle zone meridionali i raddoppiamenti di /b dZ/ semplici intervocalici.

Gruppo meridionale

Il gruppo Italico meridionale, o alto-meridionale, è caratterizzato dall'indebolimento delle vocali non accentate (atone) e la loro riduzione alla vocale indistinta (rappresentata dai linguisti come ə o talvolta come ë). A nord della linea Circeo-Sora-Avezzano-L'Aquila-Accumoli-Aso, le vocali atone sono pronunciate chiaramente; a sud di questa linea già si presenta il suono ə, che si ritrova poi fino ai confini meridionali con le aree in cui i dialetti sono classificati come meridionali estremi, ossia alla linea Cetraro-Bisignano-Melissa.

Gruppo meridionale estremo

Il gruppo meridionale estremo comprende il siciliano, il calabrese centro-meridionale ed il salentino . La caratteristica fonetica che accomuna i dialetti del gruppo siciliano è l'esito delle vocali finali che presenta una costante territoriale fortemente caratterizzata e assente nelle altre lingue e dialetti italiani: da -A finale latina > -a da -E, -I finali latine > -i da -O, -Ọ finali preromanze > -u da -LL- latina o altra > -ḍḍ- (trascritto nella letteratura come ḍḍ, dd, ddh, o ddr). In alcune zone della Calabria però, dal suono di una singola d, o una j (letta come semivocale i oppure come la j francese a seconda delle località).Assenza totale delle mute e dello schwa. È inoltre caratteristica principale e singolarità di molte varianti (ma non tutte), la presenza dei fonemi tr, str, e dd, i quali possiedono un suono retroflesso probabilmente derivante da un sostrato linguistico probabilmente pre-indeuropeo. Il siciliano non è attualmente riconosciuto come lingua a livello nazionale.

Gruppo sardo

La lingua sarda ha fondamentalmente due varietà, anche se risulterebbe impossibile effettuare una vera e propria linea di demarcazione linguistica fra le varianti: il logudorese, nella zona centro-settentrionale, ed il campidanese, in quella centro-meridionale. Le varianti logudoresi e campidanesi, come unicum, formano più propriamente la lingua sarda. Attualmente la lingua sarda è ufficialmente riconosciuta dalla Regione Autonoma della Sardegna e, dallo Stato, come una delle dodici minoranze linguistiche storiche. Si caratterizza in quanto estremamente conservativa, tanto da essere considerata la lingua che nei secoli si sia meno discostata dal latino. La maggior parte degli studiosi ritiene che il gruppo sardo sia da considerarsi totalmente autonomo nell'ambito delle lingue romanze. Si è anche ipotizzato di classificare il sardo in un sistema linguistico romanzo autonomo "meridionale" insieme al numidico, l'antica parlata basata sul latino dell'Africa settentrionale, che coesisteva con il berbero fino all'invasione araba.

Pregiudizi linguistici

Dal punto di vista della linguistica, la discriminazione dei cosiddetti dialetti è ingiustificata, così come la presunzione di superiorità di alcune varietà rispetto ad altre. I dialetti presenti in Italia hanno infatti una loro grammatica, un loro lessico e spesso una letteratura. Lo stesso italiano è in origine un dialetto, ovvero il toscano letterario (in particolar modo fiorentino) del XIV secolo, che dal XVI secolo venne progressivamente impiegato come modello esemplare. Poiché per la linguistica tutti i dialetti e le lingue sono insiemi di segni e regole ordinati e funzionanti analogamente, la distinzione avviene dunque esclusivamente a livello politico: ricorrendo al sostantivo lingua molte culture fanno riferimento ad un sistema riconosciuto dalle istituzioni, codificato e con a disposizione testi letterari o ufficiali. È questo il caso del sardo e del friulano, che hanno ottenuto lo status di lingue e il riconoscimento di minoranze linguistiche per i propri parlanti. Per la linguistica è comunque errato considerare i dialetti d'Italia come corruzioni, deviazioni o alterazioni della lingua nazionale di base toscana, in quanto si tratta di continuazioni locali del latino e pertanto lingue “sorelle” dell'italiano. In questo senso non è ammissibile parlare di "dialetto della lingua ufficiale" in riferimento, ad esempio, al piemontese o al napoletano: essendo sì idiomi sviluppatisi dal latino, ma in modo indipendente dal toscano, non possono essere considerati varietà locali della lingua italiana. Più opportuno è allora parlare di dialetti italiani o dialetti d'Italia in riferimento alle varianti in uso in una regione, zona o città e non invece dialetti dell'italiano (ad esempio, si può affermare che il lombardo occidentale è un dialetto italiano perché parlato all'interno dei confini italiani, ma non è corretto dire che sia un dialetto dell'italiano). Inoltre, per definire queste parlate si può fare ricorso appunto al termine varietà, che indica un sistema linguistico indipendentemente da riferimenti legati al prestigio, alla diffusione geografica e a tutte le equivocità veicolate dalla parola dialetto nell'uso comune. O ancora, in gergo scientifico, è possibile riferirsi a dialetti utilizzati in diglossia oppure in condizione di bilinguismo con la lingua ufficiale. E in quanto varietà linguistiche italo-romanze indipendenti, le parlate diffuse in Italia sono considerate dialetti romanzi primari, cioè subordinati all'italiano solo da un punto di vista sociolinguistico a fronte di un'origine latina comune. Al contrario, sono dialetti secondari quelli generati dalla diversificazione di un'unica lingua in vari territori, come nel caso dello spagnolo in America latina o del già citato inglese americano: non si tratta quindi di dialetti originati autonomamente dal latino o dal proto-germanico, ma varianti dello stesso sistema. Sono invece dialetti secondari dell'italiano quelli noti come italiani regionali, cioè le varietà intermedie tra lingua standard nazionale e le altre varietà autonome.. Tuttavia, anche l'accezione di dialetto inteso come varietà della lingua nazionale è ancora radicata, con ambiguità e relativismo semantici. In particolare dal punto di vista politico, legislativo e giurisprudenziale il termine dialetto è usato in questa accezione per definire qualsiasi idioma storico romanzo (e talvolta anche non-romanzo) parlato in un'area geografica del paese e che non goda dello status di "lingua" (ufficiale o coufficiale). Nella categoria ricadono i numerosi idiomi italiani dotati di storia propria, non intercomprensibili e spesso fregiati di una propria tradizione letteraria di rilievo, come, ad esempio, il veneto e tanti altri. L'opinione alternativa, che sta incominciando a farsi strada anche tra i linguisti di lingua italiana, rifiuta l'accezione di dialetto inteso come varietà della lingua nazionale preferendo quella di sistema linguistico indipendente dalla lingua nazionale. Ciò ha portato dunque in tantissimi casi ad utilizzare il termine lingua in luogo di dialetto (ad esempio, lingua siciliana o lingua romagnola); questa posizione è quella condivisa da organizzazioni internazionali, quali il Consiglio d'Europa.

Valore culturale dei dialetti in Italia

Forti di una radicata tradizione verbale ma anche letteraria, le lingue romanze non riconosciute, ossia i dialetti, in Italia sono servite nel tempo da spunto per la realizzazione di molti lavori teatrali entrati poi stabilmente nel repertorio di uno specifico genere chiamato teatro dialettale. Un valore particolare ai dialetti è stato attribuito specialmente in tempi relativamente recenti, da quando si è avuta piena consapevolezza della predominanza della lingua nazionale sulle parlate regionali. Affinché i dialetti non scompaiano diventando lingue morte, si è tentato e si tenta di studiare e recuperare appieno il significato storico e il senso culturale della parlata locale, anche in chiave di un recupero delle radici e dell'identità propri di ogni regione. All'interno di queste dinamiche si assiste recentemente ad un uso del dialetto nelle tifoserie di calcio, specie con l'esposizione di striscioni in dialetto che evidenziano un recupero dei dialetti con finalità di rivendicazione identitaria.


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